Che fine ha fatto il “noi” nella musica italiana? 5 canzoni politiche e sociali che vanno oltre l’io

canzoni politiche italiane oggi

La canzone politica e sociale italiana è scomparsa? Abituati ad artisti e testi d’altri tempi, potrebbe sembrare così.

Se si presta maggiore attenzione è possibile notare quanto la canzone italiana oggi assuma anche forme diverse dalla tradizionale canzone di protesta. Gli artisti italiani contemporanei raccontano la dimensione collettiva in maniera differente, partendo dall'”io” più che esprimendosi direttamente tramite il “noi”.

Sembra avere meno impatto sociale questa tipologia d’espressione? Forse sì ma racconta un aspetto: la canzone politica tradizionale spesso partiva da una causa comune per parlare al singolo, molte canzoni italiane di questi tempi, invece, sembrano partire da un’esperienza personale per cercare qualcosa di universalmente condivisibile.

Di seguito puoi trovare 5 canzoni italiane più politiche e sociali del solito, dalle tematiche differenti e attraverso le quali poter leggere un po’ più di “noi”.

Canzoni politiche e sociali oggi, per muoverci insieme e senza indifferenza

Lei è una cantautrice toscana che ha deciso di trasformare un comune sentire in una consapevolezza condivisa: Emma Nolde canta “Siamo in tanti” con una forza che sveglia. Rivelatrici sono le parole condivise al Primo Maggio: “Tanti giorni mi sento troppo piccola per cambiare le cose e in uno di quei giorni ho scritto una canzone nuova“. Quante persone si sentono così piccole per cambiare il mondo? L’artista sicuramente, ma lei si accorge anche del valore dell’unione cantandolo: “Ma non sono la sola che ci sta credendo/ Noi non siamo soli contro l’universo/ Perché tanti uno messi insieme fanno cento“.

In questo pezzo indie pop, con forti contaminazioni di musica elettronica e cantautorale, emerge l’idea della paura che ognuno può sentire, ma la forza individuale e collettiva dipende da cosa si sceglie di fare con essa. C’è chi decide di generare odio e chi di cantare una canzone, come fa Emma Nolde in “Siamo in tanti“: mette la carica e ci fa sentire simili, anche più orientati a trovare insieme la pace, senza più solo urlarla.

Attrice, regista e cantautrice è Margherita Vicario, solita volgere lo sguardo verso tematiche sociali e politiche: attraverso “Magia” lo fa con estrema delicatezza e mettendo in risalto il tema della guerra e della migrazione forzata, dal punto di vista dei bambini. Il terreno musicale sul quale si muove è quello indie pop e cantautorale, mentre le parole che più di tutte riesce a imprimere in chi l’ascolta senza difese sono “Nessuno nasce cattivo“. E da qui si può aprire un mondo di riflessioni, dall’io che si difende cambiando natura, a quello che rimane forte pur non indurendosi, confluendo nella voce di una fanciulla che non vuole perdersi: “Fai una magia, mamma/ Portami via, sai che a me/ Sai che a me piace ridere“.

La dimensione bellica esiste da sempre, rimanerne indifferenti può essere anche una forma di difesa che nasce dal senso d’impotenza rispetto ad un possibile cambiamento positivo. Margherita Vicario in “Magia” non utilizza mai la parola “guerra”, come a non voler sporcare un testo così carico di speranza e purezza, ma dà voce a chi vive condizioni disumane. Come fosse un promemoria sul dolore che esiste e su quanto sarebbe bello che per magia sparisse per sempre.

Dal cantautorato al rap, fino al punk napoletano: tra diritti, saturazione e omologazione

La canzone politica e sociale possiamo trovarla ancora nel pop d’autore e nel cantautorato italiano e “Sana e robusta Costituzione” di Daniele Silvestri ne è un esempio. Già il titolo richiama una diffusa definizione d’ambito medico a cui l’artista dà nuova accezione riferendosi alla Costituzione italiana. In poche righe riesce ad esprimere alcuni principi base di quest’ultima: “Un Paese di sana e robusta costituzione/ È fatto di grandi principi e di condivisione/ Non solo non sceglie la guerra, la ripudia per definizione/ Difende i diritti di tutti senza alcuna eccezione”.

Un testo denso e musicale allo stesso tempo, fatto di concetti solidi e rime che alleggeriscono: c’è il richiamo all’importanza del voto che spesso ci coglie impreparati, ai sacrifici di chi si è impegnato per costruire una più che sana Costituzione, infatti “Acquisire i diritti non è mai stato facile/ E mai fu scontato”. Daniele Silvestri in “Sana e robusta Costituzione“, presentata nel 2026 durante una manifestazione per il No al referendum costituzionale sulla giustizia, ribadisce che disegnare il futuro è possibile e fondamentale ma occorre comprendere la storia. L’invito è anche quello di informarsi e formarsi a partire dal passato, perché ne va del presente.

E a seguire “Vorrei dire cose, ma il mondo è così in overdose che griderà/ Basta, basta/ È tutto talmente veloce che non puoi capire le cose”: rappa così Rancore in “Basta“. Un pezzo fitto, alla maniera del rapper “ermetico”, che strofa dopo strofa fa riferimento a quelle cose che riempiono ogni giorno la nostra testa e passano o vengono omesse da radio, media, pubblicità. Cita crisi ambientale, guerra e questioni internazionali e ci racconta come vittime del bombardamento mediatico. In questo contesto, la tecnologia può affaticare, quasi quanto la dipendenza dalla droga e l’illusione del potere.

C’è spazio anche per l’ansia, una risposta psicologica diffusa oggi e “che ammazza”. Sarà forse il risultato di tutta questa saturazione? Sicuramente a qualcuno è capitato di esclamare “Basta” come fa Rancore, per esorcizzare il troppo e rifugiarsi in una canzone, “Che poi le canzoni alla fine sono radiofoniche/ Solo se non ti distraggono quando ci parli sopra”. Questo brano è sicuramente uno di quelli che interrompono l’ascolto passivo ed è un bene, perché abbiamo bisogno di staccare occhi e orecchie dal frastuono e focalizzarci su ciò che succede realmente in società, e magari anche opporci al superfluo e attivarci per ciò che è necessario.

Una scossa viscerale, un’energia punk, una presa di posizione ad un certo punto ci vogliono e tutto questo è “Nun me ne fotte – La Torre (XVI)” di Vesuviano, un eclettico cantautore, musicista e medico napoletano. “Sceglie ‘na fazione, dice ‘na parola, ca dint’ a n’attimo ‘o silenzio te porta d”a parte sbagliata d”a storia”: non media, arriva diretto e parla ad un interlocutore ancora sopito che rischia di essere trascinato dagli eventi perché non guida se stesso ma è guidato.

L’artista, che si definisce uno qualunque, ha a cuore il mondo in cui vive ma ne coglie la profonda confusione. Nel frattempo ha chiara la situazione: “È sulo ‘na questione ‘e furtuna si ancora nun tocca a nuje, sulo ‘na questione ‘e tiempo primma ca tocca a nuje”. Da osservatore attento, perde la pazienza e prova a scuotere le coscienze. Ma chi è più lucido soffre di più o di meno? Può far succedere qualcosa e, non a caso, “Nun me ne fotte” di Vesuviano è legato all’Arcano Maggiore “La Torre (XVI)”, inteso come simbolo di un crollo necessario e di una reazione forte contro l’omologazione e il silenzio che fa male.

La domanda a fine carrellata musicale rimane una: riusciamo ancora ad essere “noi”, a mettere a fuoco il mondo che ci circonda e farlo nostro? La canzone politica e sociale, dopotutto, può assumere un duplice compito: essere un nuovo punto di partenza e una vera e propria spinta ri-creativa, dalle cuffiette ai megafoni.

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