Il gusto musicale è innato o si costruisce? Quanto conta il luogo in cui cresciamo

gusto musicale innato

Il gusto musicale nasce con noi o si costruisce nel tempo e in base al contesto e alle influenze sociali e familiari? Se l’ambiente ci plasma, la biologia traccia le fondamenta: la risposta del cervello alla musica coinvolge circuiti dopaminergici della gratificazione legati a tratti di personalità innati (come l’apertura all’esperienza), e spinge alcuni individui a cercare per natura complessità e sonorità insolite fin da piccoli.

Facendo riferimento sia alla psicologia che alla sociologia, di seguito si è provato ad approfondire il tema.

L’effetto della familiarità (mere exposure effect)

Ciò che conosciamo lo scegliamo più volentieri, e non a caso lo psicologo Robert Zajonc mostrò che tendiamo ad apprezzare maggiormente gli stimoli a cui siamo ripetutamente esposti; un principio che trova applicazione anche nell’ascolto musicale.

Ad esempio, se cresci in un luogo dove si ascolta prevalentemente neomelodico, folk, tarantella, cantautorato locale, è più probabile che quelle sonorità diventino il tuo riferimento emotivo.

Quindi la domanda che arriva naturalmente è:

«Amiamo davvero quella musica perché è la migliore per noi oppure perché è quella che il nostro cervello ha imparato a riconoscere come “casa”?»

La familiarità è certamente un discorso che coinvolge più contesti, anche quello degli ascolti musicali. Concentrarsi sullo stesso genere e sulla stessa provenienza, racconta di noi e di dove decidiamo di indirizzare la nostra attenzione.

L’habitus di Pierre Bourdieu: gusti, preferenze, comportamenti

Nel frattempo Pierre Bourdieu parlava di “habitus”, cioè quell’insieme di gusti, preferenze e comportamenti che interiorizziamo crescendo in un determinato ambiente.

Applicato alla musica, la famiglia, gli amici, le feste di paese, le radio locali, i locali, i festival, contribuiscono a costruire ciò che ci sembra “normale”. Non scegliamo mai da zero.

Il luogo in cui viviamo contribuisce quindi a formare il nostro paesaggio sonoro. Se non cerchiamo occasioni di ascolto diverse, è più facile restare all’interno di ciò che già conosciamo.

L’habitus va bene ma la curiosità di spingerci oltre è indubbiamente più arricchente.

L’identità sociale in musica

La Social Identity Theory di Henri Tajfel applicata agli ascolti musicali aiuta a capire che la musica è anche un modo per dire:

«Io appartengo a questo gruppo.»

Per questo spesso difendiamo la musica della nostra terra. Non è solo gusto, è identità.

La musica unisce e rende partecipi, attraverso di essa è possibile esprimere appartenenza e riconoscimento e cambiare in alcuni casi potrebbe essere vissuto come un tradimento.

Ma quelli che sembrano tradimenti musicali possono diventare aperture: occasioni per prestare l’orecchio altrove, con maggiore curiosità e meno pregiudizi.

Le filter bubble culturali: le bolle esistono anche offline

Quando si parla di “filter bubble” si pensa agli algoritmi. In realtà esistono anche “bolle culturali offline”.

Se tutti i tuoi amici ascoltano lo stesso genere, se i concerti disponibili sono sempre quelli, se le radio trasmettono principalmente quel repertorio, la tua esplorazione musicale diminuisce. È una sorta di algoritmo sociale.

Come superarlo? Partendo da ricerche più ampie e da un genere nuovo, prendendo spunto dalla musica ascoltata nei club, seguendo giornali musicali che raccontano la musica a 360 gradi e non solo quella mainstream. Insomma, i modi per far scoppiare la bolla e spingersi oltre il risaputo ci sono, basta decidere di iniziare.

Il capitale culturale: “Dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei”

Bourdieu parla di capitale culturale; successivamente altri sociologi, tra cui Richard Peterson, hanno studiato il fenomeno dell’“onnivorità culturale”, cioè la tendenza di alcuni individui a muoversi tra repertori culturali differenti. Una maggiore esposizione a contesti e consumi culturali differenti può favorire repertori musicali più ampi ed eterogenei.

Questo non significa che siano “migliori”, ma semplicemente più vari.

Anche la varietà, però, richiede spesso una scelta: esporsi a ciò che ancora non conosciamo.

Cosa e chi si ascolta racconta molto più di quanto si pensi e chi è attento alle sfumature musicali lo coglie maggiormente.

La nostalgia e il legame col territorio

Molti studi mostrano che la musica associata ai ricordi autobiografici diventa particolarmente significativa.

Una canzone ascoltata alla festa patronale, in macchina con i genitori, durante le estati al paesello, assume un valore affettivo enorme. Per questo spesso continuiamo ad ascoltarla anche quando ci trasferiamo.

«Quanto il luogo in cui cresciamo decide, senza che ce ne accorgiamo, cosa consideriamo “buona musica”?»

La musica locale non è il problema, anche perchè la musica tradizionale è una ricchezza culturale. Il rischio non nasce quando ami la musica della tua terra, ma quando quella diventa l’unica musica che ascolti.

I gusti musicali non nascono nel vuoto: predisposizioni individuali, ambiente, esperienze e relazioni contribuiscono insieme a costruirli. Il problema interessante non è che cosa ascoltiamo, ma quanto le condizioni nelle quali siamo cresciuti abbiano delimitato ciò che abbiamo avuto occasione di conoscere.

E tu come guardi il mondo dal punto di vista musicale?

Leggi anche: La musica di oggi è tutta uguale? Forse stiamo ascoltando quella sbagliata: la nostalgia ci fa ascoltare meno il presente

Leggi anche: Franco J. Marino e un nuovo linguaggio musicale con “Napolatino”: «Non corro dietro le mode, perché sono un cantautore. I cantautori non sposano le mode»

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial
error

Ti piace Marmellata A Pezzi? Seguila sui social!