Chi non ha uno zio settantenne o una cugina musicista degli anni ’80 che, tutte le volte che capita, avanza la stessa tesi: «Eh la musica di una volta, quella sì che era musica! La musica di oggi invece non è musica, non sanno cantare, parlano, sono tutti uguali e non c’è sentimento!» ?
E tu lì a provare, invano, a suggerire di non fermarsi a ciò che passa in radio ma di andare oltre, approfondire, senza pregiudizi né quell’incorreggibile approccio nostalgico.
Per chi rimane senza parole ogni volta, può provare a far guardare la questione da un’altra prospettiva leggendo qualche riflessione qui di seguito.
Il bias della memoria: ricordare solo la musica migliore
Chi ha vissuto gli anni ’60, ’70 e ’80 si ricorda solo i capolavori del proprio tempo ma, anche a quei tempi, non uscivano solo canzoni destinate a restare nella storia, c’erano anche brani e tormentoni dimenticati pochi mesi dopo.
Per esempio, quando pensiamo a quei tempi ci vengono in mente i migliori: i Beatles, i Rolling Stones, Mina, Battisti, Luigi Tenco, Gino Paoli. Non ci vengono in mente quelle canzoni meno interessanti. Oggi, invece, giudichiamo un’intera epoca musicale ascoltando solo la radio, la TV, i Top 50 di Spotify o i tormentoni di TikTok. È un confronto falsato, stiamo mettendo i capolavori del passato contro il consumo veloce del presente.
Possiamo dirlo? Ogni generazione tende a ricordare solo i capolavori del proprio tempo, proprio come ogni generazione tende a definire negativamente i “più giovani”, è una tendenza che si assomiglia e che sarebbe bello che ad un certo punto smettesse di esistere.
Ascoltiamo solo ciò che l’algoritmo ci mostra: la musica di oggi è anche oltre
Molta della produzione più ricordata degli anni ’60 e ’70 è stata innovativa e ha fatto ampio ricorso a strumenti acustici e a registrazioni tradizionali. Invece la musica contemporanea vanta una versatilità ritmica, una facilità di ascolto globale grazie allo streaming e una commistione di generi, come hip-hop ed elettronica, che non era possibile concepire allora.
Spesso si tratta di un confronto tra l’autenticità pionieristica del passato e la modernità tecnologica del presente ma chi sostiene che “oggi è tutta uguale” spesso conosce soprattutto la parte più esposta del mercato musicale.
Se si scava appena sotto la superficie emergono artisti diversissimi tra loro, molto capaci nella scrittura e nella composizione di melodie ricche di contaminazioni. Sono artisti che dimostrano quanto il panorama sia vario, che andrebbero citati, condivisi, raccontati di più, soprattutto allo zio settantenne e alla cugina musicista un po’ snob.

“Non cantano, parlano”: come spiegare che è un fatto storico?
Poi quando ti diranno che i cantanti di oggi “non cantano ma parlano”, tu dì loro che la voce è sempre cambiata con i generi musicali.
Negli anni ’60 era dominante una vocalità, negli anni ’90 un’altra, oggi esistono influenze provenienti da R&B, indie, urban, rap, spoken word ecc. Quest’ultimo, ad esempio, affonda le sue radici anche nella poesia orale e nel teatro, una contaminazione che forse molti non associano immediatamente alla musica e può incuriosire e far riemergere in loro qualcosa o qualcuno di familiare. Perché, in fondo, è proprio la familiarità che continuano a ricercare.
Quindi, alla fine, è bene specificare che parlare ritmicamente non significa non saper cantare: è semplicemente un linguaggio diverso. Per fare un esempio legato ai loro tempi, anche Bob Dylan fu accusato di “non saper cantare” da moltissimi critici.
La musica di oggi riflette il proprio tempo: perché respingerla?
La musica degli anni ’70 nasceva in un contesto diverso da quello attuale. Oggi viviamo immersi nei social, nella comunicazione veloce, nell’ansia da prestazione, nell’iperconnessione.
È normale che cambino testi, produzioni, durata delle canzoni, modo di usare la voce. Pretendere che la musica del 2026 suoni come quella del 1975 sarebbe come pretendere che il cinema di oggi sia identico a quello degli anni ’70.
Il discorso rimane lo stesso: perché respingere la musica di questo tempo e non prestare l’orecchio ai giovani artisti di oggi? Sarebbe più arricchente mettersi in discussione.
Ma per quel che emerge, non è solo nostalgia. Infatti diversi studi mostrano che tendiamo ad attribuire un valore speciale alla musica ascoltata tra l’adolescenza e la prima età adulta, il periodo in cui costruiamo gran parte della nostra identità: si chiama “bump della reminiscenza“.
Forse il problema non è la musica: è la curiosità
Forse, però, il problema non è la musica. È la curiosità che viene meno.
Non esiste un’epoca in cui tutta la musica sia bella o tutta brutta. Esiste un ascoltatore disposto a cercare, a trascorrere il suo tempo libero a sperimentare, ascoltare, valutare con interesse.
Se ci fermiamo alle classifiche, rischiamo di pensare che tutto sia uguale. Ma basta andare oltre per scoprire un panorama sorprendentemente ricco.
La nostalgia può essere una dolce compagna di viaggio, purché non ci impedisca di esplorare. Il problema non è stabilire se la musica di oggi sia migliore o peggiore di quella di ieri. La vera domanda è un’altra: siamo ancora disposti ad ascoltare qualcosa che non conosciamo?
La prossima volta che lo zio settantenne e la cugina musicista degli anni ’80 ti diranno che “la musica di oggi è tutta uguale”, forse non servirà convincerli. Basterà fargli ascoltare qualcosa che non avrebbero mai cercato da soli.
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Ragionamento perfetto ma dobbiamo ammettere che
ci sono canzoni che non invecchiano mai, perché non appartengono solo a un’epoca, ma all’anima delle persone.
La musica degli anni ’60 e ’70 è nata in un tempo di rinascita: dopo le ferite della guerra arrivarono la speranza, il boom economico, la voglia di costruire, di amare e di sognare. Gli artisti trasformarono quel fermento in melodie e parole che ancora oggi riescono a emozionare.
Per questo quei brani continuano a vivere: non sono solo ricordi, ma emozioni senza tempo. Le mode passano, le classifiche cambiano, ma la vera musica resta. E quella degli anni ’60 e ’70 continuerà a far battere il cuore a ogni generazione.
Ragionamento perfetto ma dobbiamo ammettere che
ci sono canzoni che non invecchiano mai, perché non appartengono solo a un’epoca, ma all’anima delle persone.
La musica degli anni ’60 e ’70 è nata in un tempo di rinascita: dopo le ferite della guerra arrivarono la speranza, il boom economico, la voglia di costruire, di amare e di sognare. Gli artisti trasformarono quel fermento in melodie e parole che ancora oggi riescono a emozionare.
Per questo quei brani continuano a vivere: non sono solo ricordi, ma emozioni senza tempo. Le mode passano, le classifiche cambiano, ma la vera musica resta. E quella degli anni ’60 e ’70 continuerà a far battere il cuore ad ogni generazione.