La musica nelle carceri scandisce le giornate, ma può anche favorire il dialogo? L’esempio di Sayf con “Il cielo in una stanza”

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Chi mette piede in carcere può farlo indossando vesti diverse: da colpevole, da innocente, da ospite, da operatore. In ogni caso, solo chi vive profondamente questa realtà può conoscerne davvero le note, dolenti e sfuggenti.

Decidere di condannare e poi buttare le chiavi, ad oggi, non sembrerebbe la soluzione più funzionale. Si potrebbe parlare di rieducazione e crescita personale all’interno delle case circondariali ma qualcuno inorridisce al sol pensiero. Chi se la sente, può contribuire a trasformare il disprezzo e l’indifferenza.

Ritornando alle note, il rapper Sayf (che con “Tu mi piaci tanto” ha partecipato a Sanremo 2026) è protagonista del mediometraggio “Il cielo in una stanza”, girato nella Casa di Reclusione di Chiavari e presentato nel carcere di Marassi, dove l’artista ha incontrato anche i detenuti. Una mano protesa verso chi vive un non-presente e un futuro incerto? Un esperimento di umanità.

La musica può contribuire alla finalità educativa?

La musica può contribuire alla finalità rieducativa e il suo valore è impresso anche nelle leggi che descrivono modalità per contrastare condizioni degradanti e noncuranza.

Lo dice l’art. 27 della Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione e rispettare il senso di umanità e la detenzione non deve mai tradursi in una sofferenza inutile o umiliante, ma deve offrire al detenuto la possibilità di un percorso di recupero e reinserimento sociale.

Purtroppo questo articolo non è applicato in modo pieno ed efficace nella realtà quotidiana delle carceri italiane, e a ricordarcelo sono i dati.

Primo tra tutti, il sovraffollamento estremo: le carceri italiane registrano tassi di affollamento superiori alla capienza regolamentare (con tassi che superano il 130% dei posti disponibili). Questa condizione rende difficile garantire standard di vita dignitosi.

Poi si registra anche una carenza di personale, di agenti di polizia penitenziaria, educatori e personale sanitario, che influisce gravemente sul funzionamento quotidiano degli istituti.

Da considerare anche l’emergenza suicidi, il numero dei detenuti che decide di farla finita è drammaticamente alto (oltre 83 casi registrati in un anno), sintomo di forte disagio psicologico e isolamento.

Inoltre, report attuali dell’Associazione Antigone e del CNEL confermano che la recidiva è al 68-70% per chi sconta la pena interamente in carcere, mentre crolla sotto il 19% per chi accede ad affidamento in prova o percorsi esterni.

Giuristi, garanti dei detenuti e associazioni sottolineano che, pur essendoci esperienze virtuose (lavoro all’esterno, istruzione, laboratori e giustizia riparativa), il sistema carcerario nel suo complesso fatica a rispettare il terzo comma dell’art. 27. Spesso il carcere rischia di essere solo un luogo di segregazione e non un’occasione effettiva di reinserimento sociale.

La cultura e la musica nelle carceri non sono solo concessioni occasionali

La cultura non è soltanto una concessione occasionale e l’articolo 15 (della Legge 26 luglio 1975, n. 354) disciplina proprio gli elementi del trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati.

Questi ultimi hanno la possibilità di partecipare ad attività culturali, ricreative e sportive. Il trattamento di rieducazione e individualizzazione è improntato a criteri di personalizzazione per favorire il reinserimento sociale della persona, mentre il lavoro è riconosciuto come uno degli strumenti fondamentali del percorso rieducativo ed è garantito compatibilmente con l’organizzazione dell’istituto e le condizioni soggettive.

È lo stesso Ordinamento Penitenziario, tramite l’articolo 17, ad aprirsi alla società civile, invitando associazioni, volontari e realtà culturali a partecipare alla costruzione di un ponte con il mondo libero.

Si pensi quanto la cultura possa umanizzare maggiormente la detenzione e concedere ai detenuti la possibilità di essere visti oltre la pena che gli è stata assegnata.

L’espressione artistica delle persone detenute in “Il cielo in una stanza”

L’articolo 21 della Costituzione si applica anche ai detenuti, poiché la reclusione priva la persona della sola libertà personale e non dei diritti fondamentali legati alla sua dignità umana.

L’esercizio di questo diritto all’interno delle strutture carcerarie subisce forti limitazioni pratiche dettate da motivi di sicurezza, ordine pubblico e finalità rieducativa della pena.

Ma la musica e l’espressione artistica delle persone detenute che posto e valore possono assumere? Sayf con “Il cielo in una stanza” ha deciso di entrare nel mondo carcerario e creare un canale di comunicazione. C’è stato uno scambio relazionale e i detenuti hanno avuto modo di esprimere se stessi e soprattutto riflettere sul loro passato, presente e futuro, con dolore e coraggio, scegliendo di parlare ad un orecchio non giudicante.

Frutto di un laboratorio di scrittura durato 12 ore, il documentario – scritto dal giornalista Claudio Cabona e diretto da Yuri Dellacasa –  ha coinvolto i detenuti che tramite parole e musica hanno condiviso riflessioni: “Mi manca essere stanco davvero, ma per qualcosa, e sentirmi utile” dice uno di loro, e poi un altro “La libertà è un fuoco spento dentro di noi e si accende solo in caso di negazione di essere e fare”, e ancora “La libertà è come l’orizzonte, si vede da lontano ma rimane irraggiungibile”.

Hanno scritto e commentato testi di canzoni, uno di loro ha anche rappato un proprio brano così: “Mentre sento il peso di aver buttato il tempo. Non so cosa volevo. Non volevo tutto questo” e aggiunge di aver scelto la scrittura e il rap per esprimere meglio ciò che faticava ad esternare.
Attraverso questo lavoro profondo tutti quanti hanno potuto incontrare la sensibilità del rapper che si è messo in ascolto.

Il rapporto all’interno ma soprattutto tra l’universo carcerario e la società esterna resta complesso e spesso difficile. C’è chi ha commesso reati gravi e chi sconta una condanna ingiusta: le situazioni sono diverse, ma in ogni caso parliamo di esseri umani, che come tali devono essere trattati.

L’ascolto è accoglienza e questo progetto è stato una dimostrazione di vicinanza e dialogo, con un delicato sottofondo musicale.

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